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Buon avvento

Il termine Avvento deriva dalla parola “venuta”, in latino adventus, traducibile con “presenza”, “arrivo”, “venuta”. Nel linguaggio del mondo antico era un termine tecnico utilizzato per indicare l’arrivo di un funzionario, la visita del re o dell’imperatore in una provincia, ma poteva indicare anche la venuta della divinità, che esce dal suo nascondimento per manifestarsi con potenza o che viene celebrata presente nel culto. I cristiani adottarono la parola Avvento per esprimere la loro relazione con Cristo: Gesù è il Re, entrato in questa povera “provincia” denominata terra per rendere visita a tutti; alla festa del suo avvento fa partecipare quanti credono in Lui. Con la parola adventus si intendeva sostanzialmente dire: Dio è qui, non si è ritirato dal mondo, non ci ha lasciati soli. Anche se non lo possiamo vedere e toccare come avviene con le realtà sensibili, egli è qui e viene a visitarci in molteplici modi (da Avvenire).

Ci prepariamo a questo incontro con lui, mettendoci di fronte all’icona del Cristo Pantocratore del Monastero di S. Caterina al Sinai. Realizzata con l’encausto, antica tecnica di scioglimento dei colori nella cera calda, questa immagine risale al VI secolo ed è riconosciuta dagli studiosi come una delle opere più importanti del cristianesimo orientale. Sullo sfondo di una città, probabilmente Gerusalemme, si staglia la splendida figura del Signore dell’universo, aureolato, vestito di porpora regale e fasciato parzialmente con l’oro, che indica la sua divinità. L’attenzione si poggia sul volto asimmetrico, che può essere suddiviso al centro mediante una linea longitudinale dalla riga dei capelli fino al basso. In questo modo, si coglie l’accostamento di due mezze figure, che possono essere capovolte specularmente. La prima, alla sinistra dell’osservatore, rappresenta il Cristo nella sua divinità, con la pupilla dell’occhio rivolta verso l’alto e la mano benedicente: l’indice e il medio indicanti la sua natura umana e divina e le altre dita unite quale segno della Trinità.  La seconda, alla destra dell’osservatore, rappresenta il Cristo nella sua umanità, con la pupilla dell’occhio rivolta verso chi guarda e la mano che regge un prezioso evangeliario con la croce sovraimpressa. L’opera risulta, quindi, una sintesi significativa della teologia elaborata dai precedenti Concili ecumenici di Nicea, Efeso e Calcedonia. Contemplandola nella sua bellezza e maestosità, possiamo lasciarci penetrare dal suo misterioso sguardo per cogliere la visita del Cristo Signore nella nostra storia, non solo quella già avvenuta secoli fa e quella futura alla fine dei tempi, ma anche quella più invisibile della nostra vita quotidiana. Così, saremo in grado di fargli sempre più spazio nella nostra esistenza di uomini e donne di questo tempo.

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