riflessioni

Cristo è risorto (Carlo M. Martini)

Dov’è, dunque, Dio? E se esiste, come può permettere cose simili? Le inevitabili domande di senso riguardo a eventi tragici, in particolare la domanda fatta a Dio o su Dio, sono legittime. La Bibbia non ha neppure timore, in casi limite (vedi il libro di Giobbe e i Salmi), di muovere accuse a Dio, ma le nostre domande sono ben poste? Esse presuppongono, di fatto, una visione del mondo radicata da millenni nel cuore dell’uomo e che si trova spesso anche nell’inconscio di chi dice di non credere più in Dio. È la visione di un cosmo ordinato, sul quale il Creatore veglia come un buon padre sui suoi figli per far sì che la natura riveli qualcosa della sua bontà. Se le cose non vanno in questo senso, un Dio così è posto in questione. Oggi, però, noi sappiamo, per scienza e per esperienza, che le cose non vanno così. Tutto ciò che conosciamo del carattere evolutivo del cosmo contraddice questo quadro idilliaco. Catastrofi e cataclismi di ogni genere hanno caratterizzato lo sviluppo dell’universo fin dal primo momento. L’evoluzione porterà anche all’affermarsi di organismi sempre più complessi, ma il prezzo pagato è alto. È solo il fatto che noi siamo abituati a ragionare su tempi molto brevi che ci impedisce di rifarci spontaneamente a una visione più realistica dell’universo, dominato da forze gigantesche che operano nei tempi lunghi e che non hanno sentimenti né di compassione né di pietà. Di qui si vede che il concetto di Dio che di solito ci facciamo con un ragionamento che parta dalla considerazione dei tempi brevi della natura non è adeguato alla complessità e ai tempi dello sviluppo del cosmo. Se pensiamo a tutta la malvagità che si rovescia sulla terra a opera della crudeltà, della stupidità e della perversione umana, c’è da essere atterriti. La soluzione più semplice di fronte a tutto ciò è certamente quella di affermare che Dio non c’è. È la lectio facilior, quella che sembra risolvere alla radice il problema, ma che lascia senza risposta tante altre domande di senso. Anche il credente è scosso da simili eventi, ma è spinto a cercare nel senso della lectio difficilior, invertendo la rotta di una considerazione che parta dal cosmo o dalla cattiveria umana per una considerazione che parta dalla verità profonda del cuore dell’uomo e dalla compassione che lo muove. In questo si appoggia alla parola di uno dei primi discepoli di Gesù che diceva: «Nessuno ha mai visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane (o “abita”) in noi» (Prima Lettera di Giovanni, 4,12). Il credente si domanda in particolare come si spiega quella tenace, coraggiosa, instancabile resistenza al male e quella invincibile volontà di vita che gli uomini hanno sempre espresso durante la loro lunga storia sulla terra, e che ha suscitato ovunque gesti straordinari di vicinanza e di bontà, aldilà di ogni etnia o religione. Nei viventi vale certo l’istinto di sopravvivenza, ma nel vivente pensante che è l’uomo tale principio si esprime anche come speranza, come fiducia nella vita malgrado tutto. In esso il credente vede il sigillo dello Spirito di Dio. Due parole caratterizzano questo atteggiamento. Sono quelle che danno il titolo alla raccolta delle ultime lettere di Dietrich Bonhoeffer, ucciso dai nazisti nel 1945. Esse sono «resistenza e abbandono» (in tedesco «Widerstand und Ergebnis»): resistere al male fino alla fine, lottare contro il male con tutte le forze, come ha fatto Gesù nella sua vita pubblica, ma insieme sapersi nelle mani di un Dio che ci ama, sapere che, se noi ci abbandoniamo a lui, egli non ci abbandona. È l’atteggiamento di Gesù nella sua passione, come abbiamo ricordato in questi giorni: «Padre, se vuoi, passi da me questo calice… Padre, non la mia ma la tua volontà sia fatta… Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito» (cf. Luca, 22-23). Certamente va accettato, ed è duro accettarlo, che anche l’immagine di un Dio amore non è incompatibile con la sofferenza e la morte. La presenza del male, sia di quello connesso con l’evoluzione del cosmo, sia quello ancora più drammatico della violenza scatenata dagli uomini, non sono incompatibili con una immagine di Dio che ama l’uomo e lo chiama ad affidarsi a lui e ad amare il prossimo come se stesso. È proprio ciò che afferma la Pasqua che celebriamo in questi giorni: la morte ignominiosa e crudele di Gesù è addirittura la morte del figlio, di colui che è sommamente amato dal Padre suo, ma il mistero di Pasqua ci dice che questa morte non è l’ultima parola. Essa culmina in una parola di vita e di vittoria sulle forze della distruzione e del male. Dunque, il grido che caratterizza la Pasqua cristiana, l’annuncio «Cristo è risorto» (quello che i nostri fratelli ortodossi si scambiano come augurio nel tempo di Pasqua, rispondendo: «Cristo è veramente risorto»), è anche l’ultima parola sulla storia impietosa del cosmo e su tutte le tragiche vicende imposte dalla crudeltà dell’uomo. Allora, anche le catastrofi naturali ci spingono a far sì che la violenza che è nel cuore dell’uomo sia vinta da un senso più forte di compassione e di pietà: non più violenza, non più sopraffazione di un essere umano contro un altro essere umano. È questa la lezione che ci viene anche dal Museo della Shoàh di Gerusalemme. È il messaggio, tra molti, che ci giunge da una bambina ebrea di Milano, deportata ad Auschwitz quando aveva tredici anni. Dopo avere sofferto umiliazioni e privazioni di ogni tipo, nel momento in cui, al termine della prigionia, sarebbe stato facile vendicarsi uccidendo il comandante del campo, ha gridato dentro di sé: «Io ho sempre scelto la vita, così mi hanno insegnato coloro che mi hanno amato. Non posso ora fare una scelta diversa!» (Da “Il Sole 24 Ore” del 27 marzo 2005).

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