riflessioni

La porta aperta, ferita della misericordia

A me sembra che la porta ci richiami la ferita, la ferita della Misericordia di Dio per noi e che noi, a nostra volta, siamo invitati a “lasciare aperta” per altri.

In un edificio di qualsiasi tipo, il luogo più delicato è la porta! Tanto è vero che poi la “difendiamo” con chiavistelli, spranghe e allarmi! Un muro può essere invalicabile, ma la porta dev’essere – per definizione – un’apertura, un “buco” nel muro, insomma un punto debole, vulnerabile!

La porta, per quanto corazzata, è un luogo attraverso cui si deve poter passare, una possibilità per chi vuol transitare da una situazione ad un’altra, da un “fuori” a un “dentro”, altrimenti non è più la porta!

Se immagino l’edificio come un organismo, potremmo dire che la porta è come una ferita, un punto vulnerabile, pericoloso … chiunque può attraversarlo, infatti come la porta, la ferita si difende con medicamenti vari per evitare che i virus o i batteri “possano entrare”!

La Porta Santa, che il papa ha aperto – prima a Bangui e poi a S. Pietro in Vaticano – e che il 13 dicembre apriremo in tutte le cattedrali del mondo, è quest’apertura, questa ferita.

Gesù stesso, nel Vangelo di Giovanni, s’identifica con la porta (Gv 10,9): «io sono la porta, se uno entra attraverso di me, sarà salvato: entrerà e uscirà e troverà pascolo». Ecco allora che la porta è una ferita nel corpo della Chiesa, nel corpo di Cristo, attraverso la quale tutti possono entrare.

È la ferita della Misericordia!

La porta-ferita, aperta in questi giorni, ci dice che tutti possono attraversarla e che, per questo, si può “infettare”, proprio perché tutti i virus e i batteri possono entrarvi. Evidentemente questa ferita è causa di un dolore, di una sofferenza per l’organismo che la sopporta, ma, nello stesso tempo, diventa possibilità di guarigione per la forza del “sistema immunitario” di questo stesso Corpo! È il dono della salvezza!

È un altro modo per avvicinarsi all’incomprensibile mistero della Passione-Morte-Resurrezione del Signore per noi. Noi portiamo il nostro male, la nostra malattia e ne infettiamo la Ferita. Tuttavia, da questa “infezione” non viene la morte, ma la guarigione dal nostro male.
La Porta Santa è una “debolezza” della Chiesa. Sì, la debolezza di Cristo stesso che si è fatto ferita, che si è fatto maledetto, per guarirci (cfr Gal 3,13).

Entrare attraverso la Porta Santa è certo “lucrare l’indulgenza”, avvantaggiarsi per stare meno in Purgatorio! Ma è soprattutto riconoscere ciò che il Signore ha fatto e continua a fare per me; è meravigliarsi perché Lui continua a far passare il mio male nelle sue ferite e così mi guarisce. Attraversare la Porta Santa vuol dire aderire alla meraviglia di Cristo!! Trovarvi casa, sicurezza per «entrare e uscire».
Se questa porta è Cristo, allora vuol dire che ogni persona che aderisce a Lui può diventare, a sua volta, Porta Santa per altri!

Qui emerge la sfida per me, la necessità di lasciarsi attraversare dagli altri! Non essere invulnerabile! Qui si comprende che anch’io – che ho attraversato con il mio male la ferita di Gesù – devo lasciarmi attraversare dal male degli altri, aprire la mia porta!

Certo, è la parte più difficile, forse ci fa scoraggiare un po’ e anche perdere di vista che, in realtà, si può diventare Porta Santa solo se si attraversa la Porta che è Gesù! Pian piano, lasciandosi trasformare da questo “attraversamento”!

Questo è il compimento del Giubileo, questo è il “giubilo” di Dio: quando gli esseri umani, tutti i suoi figli, in tutte le situazioni possibili, si accolgono l’uno nella casa dell’altro attraverso questa porta-ferita, aperta senza timori d’infezione, aperta come possibilità di guarigione!
Allora caro fratello, cara sorella, buon Giubileo, o meglio, ti auguro di diventare sempre di più Porta Santa, ferita della Misericordia!

p. Stefano Titta, gesuita,

cappellano universitario di Pisa

dicembre 2015

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