riflessioni

L’abbraccio del Risorto

Questa immagine accoglie chi entra nella chiesa della Sapienza. Essa riproduce solo il centro di un enorme mosaico che copre tutta l’abside della chiesa del “Corpus Domini” a Bologna. L’opera completa fu realizzata nel 2013 da Marko Ivan Rupnik. Il mosaicista gesuita ha saputo coniugare la profondità mistagogica della tradizione bizantina con un uso dei materiali del tutto innovativo che risale al suo periodo non figurativo.

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Interno della chiesa del Corpus Domini, Bologna

L’intera superficie musiva della chiesa del Corpus Domini è scandita in tre grandi scene. A destra del presbiterio, dietro al tabernacolo, è rappresentato l’episodio dei discepoli di Emmaus. A sinistra del presbiterio, Rupnik interpreta una scena quasi assente nella storia dell’arte: la moltiplicazione dei pani operata da San Paolo durante il suo naufragio e raccontata alla fine degli Atti degli Apostoli. La parte centrale, quella del presbiterio, è una composizione di simboli e figure che spiegano l’Eucaristia.

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Trinità di Andrej Rublev (1411)

 

La struttura del mosaico centrale è ispirata prima di tutto all’icona della Trinità di Andrej Rublev (1411), grande icona eucaristica della Tradizione ortodossa. In effetti a Bologna Rupnik organizza lo spazio centrale in un enorme calice, come nell’icona russa.

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S. Koeder, Ultima Cena

Nella parte superiore del calice, quasi fosse la superficie del vino, il gesuita sloveno rappresenta il Cristo glorioso e i santi. In questo modo l’artista invita a vedere nel vino eucaristico la presenza reale di Cristo e la comunione dei santi. Questo effetto “a specchio” è probabilmente ispirato dalle opere dell’artista luterano contemporaneo, Sieger Koeder.

 

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Ai lati del calice, in basso, Rupnik situa due episodi che i Padri dei primi secoli usano spesso come prefigurazione dell’Eucaristia: il sacrificio di Isacco e l’offerta di Melchisedek. Questi due episodi sono spesso rappresentati nei mosaici paleocristiani, come per esempio a Ravenna, non lontano da Bologna.
Infine la parte centrale del calice è quella che abbiamo scelto in questa riproduzione per la Cappella della Sapienza a Roma. Lo schema è quello tradizionale della “deiesis” bizantina, cioè il crocifisso affiancato da Maria e dal “discepolo amato”. Si tratta di un episodio fondamentale della Passione secondo Giovanni. Gesù dice a Maria: “Donna ecco tuo figlio”. E al discepolo: “Figlio, ecco tua madre”. Il “discepolo amato” è un artificio letterario che rappresenta il lettore stesso, in quanto “amato da Dio”. In questa scena il lettore diventa figlio di Maria, cioè consanguineo di Cristo. E’ una allegoria mistica dell’eucaristia: bevendo il Suo sangue, diventiamo Suoi consanguinei. Gesù appare sulla croce come “nostro fratello”.

absidesanclementeColpisce nel mosaico di Rupnik il nero antracite della croce. E’ il colore che assorbe tutto, quasi fosse un abisso senza fondo. In questo richiama un modello bizantino presente a Roma: il mosaico absidale di San Clemente (sec. XII). Nel mosaico bizantino il Cristo è crocifisso in una croce blu oscuro che interrompe la superficie giallo oro del resto del mosaico, quasi come una fessura profonda. La presenza di colombe rappresentate in questa croce di San Clemente rende immediato il richiamo al Cantico dei Cantici in cui l’innamorato dice all’amata: “O mia colomba, che stai nella fenditura della roccia, nei nascondigli dei dirupi, mostrami il tuo viso, fammi sentire la tua voce” (Ct 2,14). Nell’interpretazione dei Padri la fessura della roccia è il peccato, la “ferita della creazione”. E in questa ferita si nasconde l’uomo e non vuole uscirne. La voce amante di Dio lo raggiunge proprio in questo abisso e lo chiama. Ma siccome l’uomo non ne vuole uscire, Dio decide di entrare nel male pur di stare insieme alla Sua colomba. E’ la croce. Il Dio entrato nel profondo del male. Il Dio che trasforma il peccato in comunione, la distanza in abbraccio.

Rupnik riprende questo tema spingendo ulteriormente la teologia della croce con la rappresentazione di un Cristo non più morto in croce ma vivente. Nel mosaico di Bologna è il Risorto che si pone davanti all’abisso quasi per non lasciarci sprofondare in esso. O meglio, per trasformare la nostra caduta nell’abisso in un abbraccio Suo.

Il Cristo di Rupnik è rivestito dai paramenti sacerdotali, secondo una antica tradizione siriaca. Per i Padri, l’incontro “fisico” con Cristo avviene proprio durante la liturgia. E’ l’Eucaristia che trasforma il nostro peccato in comunione, la nostra morte in vita.

Le vesti del Risorto ondeggiano come spinte dal vento: è suggerita così la presenza dello Spirito, il “Vento di Dio”, che opera la Risurrezione. Ma le ferite di Cristo rimangono visibili anche attraverso le vesti. La Risurrezione non cancella le ferite della vita ma le trasforma in sorgenti di grazia. Secondo i Vangeli, è vedendo le ferite del Risorto che i discepoli lo riconoscono. La Risurrezione è la Trasfigurazione delle ferite in “feritoie” della Vita.

Sopra il braccio orizzontale della croce, il gesuita sloveno rappresenta come degli strati di colori terrosi che evocano la sedimentazione geologica. Il calice, cioè l’Eucaristia, ci rende presente non solo alla morte e alla Risurrezione di Cristo ma all’atto stesso della Creazione.

Sulla sinistra, affianco alla croce, Maria evoca con una mano l’ascolto e con l’altra il rispetto verso un mistero inafferrabile che non si può toccare “a mani nude”. Già nell’antico Israele, il coprirsi le mani stava a significare il rispetto verso un Dio che non potremo mai com-prendere.

Dall’altra parte, il “discepolo amato”, che la tradizione identifica con Giovanni, è lo stesso che durante l’ultima cena pone la testa sul petto di Gesù e riceve le Sue ultime confidenze. E’ il discepolo dell’Amore. E perciò la tradizione orientale lo chiama “il teologo”. Perché solo l’amore conosce (per i Padri, una conoscenza staccata dall’amore è già in sé distorta). Ma soprattutto perché solo l’amore “dice Dio”. Infatti con le sue mani il discepolo amato indica Cristo.

Infine, seguendo una antica tradizione medievale dell’Oriente e dell’Occidente, Rupnik rappresenta un teschio ai piedi della croce. Si tratta del teschio di Adamo che secondo una legenda giudeocristiana era sepolto nella collina del Calvario (che significa appunto “luogo del cranio”). La legenda racconta che il sangue del Crocifisso gocciola a terra e attraversa tutti gli strati della collina fino ad arrivare a toccare le ossa di Adamo e così a purificarlo. L’insegnamento di questa allegoria è che l’incontro con l’Amore del crocifisso non solo cambia il presente di ciascuno ma risale indietro e attraversa tutti gli “strati” della propria storia fino a purificare il primo “peccato”, l’Adamo peccatore “nascosto” e sepolto nelle profondità di ogni cuore. L’incontro con il Cristo cambia non solo il presente ma anche il passato, cioè tutta la vita, tutto il Corpo. Come dice la Tradizione orientale, la liturgia è la porta del cielo che opera la trasfigurazione dei nostri corpi perché diventiamo ciò che mangiamo.

Situata all’ingresso della chiesa universitaria della Sapienza, questa immagine è una preghiera: che il Signore faccia del nostro studio e della nostra ricerca un abbraccio del Risorto. E che questo abbraccio trasformi le nostre morti in Amore.

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