riflessioni

Un mondo nuovo

A DUE ANNI DALL’INIZIO DELLA PANDEMIA RIPORTIAMO UNA PAGINA INTERESSANTE DI UNA PUBBLICAZIONE CURATA DA DA DUE DOCENTI DELL’UNIVERSITA’ CATTOLICA DI MILANO.

Quella che chiamiamo «società» può essere pensata come un equilibrio «metastabile», cioè un campo di tensioni – un insieme di nessi, relazioni, pratiche, rapporti di potere, motivazioni – che trova assetti costitutivamente provvisori. Termine preso dalla termodinamica, metastabilità indica un sistema che non è definito tanto dalla sua struttura, quanto dalla sua energia potenziale. Se questa è alta, il sistema è dinamico, aperto alla trasformazione. Se invece è bassa il sistema è stabile, rigido, statico.

Metastabile è, più precisamente, la forma che prende la risoluzione temporanea di una tensione, condizione di una certa stabilità che rimane però aperta al cambiamento. Il che ha due importanti implicazioni.

La prima è che ogni ordine sociale tende a produrre effetti paradossali, controintuitivi, contraddittori, come si vedrà tracciando i caratteri della società pre-Covid. Il paradosso è appunto un nodo di apparenti incompatibilità che concretamente coesistono, generando una tensione che non può mai essere definitivamente risolta. La seconda è che qualsiasi equilibrio sociale, non riuscendo a esaurire tutte le potenzialità latenti, rimane suscettibile di ulteriori cambiamenti. E che l’alternativa all’instabilità non è la stabilità che irrigidisce, ma una metastabilità capace di assecondare un dinamismo trasformativo.

La pandemia ha determinato la rottura dell’equilibrio metastabile su cui si fondava la società formatasi a cavallo del nuovo secolo. A franare sono stati alcuni dei pilastri della vita sociale, le fondamenta della nostra «sicurezza ontologica», come la chiamava Anthony Giddens: e cioè la ragionevole aspettativa che ciascuno di noi ha di sapere quello che si può attendere dalle persone e dalle istituzioni che lo circondano.

Se il «mondo» nel quale la vita quotidiana si svolge è una realtà dotata di senso, continuità e stabilità, l’emergenza coronavirus ne ha costituito una radicale messa in discussione.

Ora lo squarcio prodotto dal contagio è anche una rivelazione su chi eravamo e chi potremmo essere. Alcune delle «patologie» che ci sembravano segni di salute sono state smascherate dalla pandemia nel loro lato più grottesco e parossistico. Ed è da qui che si può iniziare. Nello stesso tempo, il modo in cui abbiamo saputo reagire all’impatto del virus ci ha rivelato quante potenzialità inespresse il nostro mondo sociale racchiude e quanto un sistema che pensavamo stabile e immodificabile, sia in realtà metastabile, dinamico, carico di possibilità di cambiamento (in meglio e in peggio).

Viviamo dunque un tempo liminale, di passaggio. Tra un passato che conosciamo e che ci è familiare, ma che sappiamo pieno di contraddizioni; un presente che ci inquieta, perché destruttura ogni nostra certezza; e un futuro ancora ignoto, che può assumere contorni opposti. Può vederci sprofondare verso il baratro che sembra già prefigurato dalle varie crisi – sanitaria, economica, sociale, politica; oppure può inaugurare un ciclo nuovo, con la libertà dalle inerzie e la possibilità di affrontare in modo inedito i problemi che ci affliggono da anni, trasformando la «fine del mondo» nella fine di un mondo, e nel possibile inizio di uno nuovo.

(C. Giaccardi – M. Magatti, Nella fine è l’inizio. In che mondo vivremo, Bologna 2020, 12-13)

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